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lunedì, febbraio 19

Giochi di sguardi, giochi di mani

(giochi di sguardi, giochi di mani,
giochi bastardi, siam vicini e siam lontani
lallallà lallallà
lallallallallallallà)

Lo so, ultimamente scrivo raramente. In compenso, scrivo troppo.

Il titolo I canti del ritorno era tratto da Oceano mare, è il nome della terza parte – spiacente ma nessuno ha vinto l’ambito viaggio.


Pronti: via.

Partiamo con due coincidenze.


Vi ricordate la storia del mio orologio? L’orologio che si era fermato la notte che partivo per l’olanda, che nella mia fantasia deviata era diventato un simbolo del tempo che smetteva di scorrere durante l’erasmus? Ecco, insomma, sono entrato nella metafora tanto che, per completarla, qualche giorno dopo che sono tornato l’ho portato a riparare, di modo che il tempo normale riprendesse a scorrere.
Beh, sapete una cosa, bastardi?

Dopo due giorni, si è rotto di nuovo.


Poi. Un tizio che conosco cerca di descrivermi un tipo di dolce, e sostiene che sia composto da uno strato di pandispagna che però non è proprio pandispagna, uno strato di panna che però non è proprio di panna,…insomma, una cosa che pare in un modo e invece è qualcos’altro, e che non si riesce neanche a definire tanto bene. Noi giustamente lo abbiamo pure preso per il culo per sta spiegazione assurda. Ma è senz’altro accattivante il fatto che suddetto dolce si chiami la bresciana.

No?


Allora, si parla di donne.

Sono combattuto tra la voglia di una storia e la consapevolezza di essere attualmente incapace di viverne una seriamente.
Data: la corrente incapacità di concentrarmi su una persona sola. Certo, il timore di lasciarsi andare per una cosa nel terrore di perdersi qualcosa d’altro è frequente nella storia della mia vita, ma in questo momento lo è in particolare. E certo, sono anche cosciente del fatto che tutto questo si risolverà quando e se mi capiterà di innamorarmi. Ma nel frattempo?
Non sono capace di essere disonesto. Fanculo la modestia, è così – e non è solo merito, a volte sono solo graffi o urla di coscienza, e a quelli resistere è impossibile, altro che meriti; arrivo a farmi scrupoli inauditi di cui la controparte magari non si preoccupa o a cui neppure pensa.

Insomma, al di là di qualche complicità, anche di qualche accadimento, insomma di qualche qualcosa, se so che il rinunciare sarebbe da stupidi e che l’insistere sarebbe disonesto, la parte problematica è che la via di mezzo spontanea, la cosiddetta scopamicizia (non vi piace sta parola? neanche a me, accetto suggerimenti), anche questa mi crea problemi morali, e (ecco la cosa stupida) più per lei che per me, nel senso che voglio evitare di prendere per il culo al punto tale che potrei mollare il colpo anche se magari a lei la via di mezzo starebbe bene, solo perché non lo capisco o per frettolosità dettata da questo eccesso di zelo. Ora, una volta messe le cose in chiaro verbalmente e per quanto possibile comportamentalmente (dove però il rischio di ambiguità è più alto), sono cosciente che se lei vuole mal interpretare saranno pure fatti suoi, ma mi riesce difficile lo stesso.

E
cco, c’è poi da tenere presente pure che ste storie, tali, pseudotali e potenziali tali non mi succedono quasi mai con persone del tutto esterne alla mia vita normale o alle mie amicizie, mettendo così dentro una serie di fattori per cui a volte sembra non valga la pena mettere a rischio un rapporto di qualche tipo (amicizia, convivenza, coteatranza, altre relazioni – tipo: una tipa che piace già a un mio amico). Cioè, è quasi del tutto assente il personaggio Tipa Che Conosco Più O Meno Per Caso E Che Pure Se Va Male Chi Se Ne Frega (di cui invece è esempio la tipa del treno dell’anno scorso, cha magari i lettori più appassionati ricorderanno, anche se lì sono stato scemo per altri motivi, vabbè).
Che palle.
E su tutto questo, il dubbio neanche tanto vago che tutto ciò che ho scritto e che rappresenta i miei pensieri circa ogni volta che una tipa mi piace, piaciucchia o che come si suol dire succede qualcosa, ecco, che tutto ciò sia del tutto o in parte un cumulo di seghe mentali che non è necessario farsi in nome di qualcosa che la maggior parte degli umani vive in maniera molto più semplice (ma è poi vero?).


Riassumendo: sono ora portato più che a una storia a un rapporto irregolare e senza legami che non escluda la contemporanea amicizia (l’idea non è animale come potrebbe sembrare: può tranquillamente implicare complicità, coccole eccetera, anzi, sarebbe forse la cosa che più vorrei), con ovviamente opzione di evolvere ma che abbia come condizione necessaria la non necessarietà di un legame.
(oh vabbè ci sarà chi ha problemi più gravi, mi rendo conto, ma io questo ho da offrire. O qualcuno magari ha il problema opposto, di riuscire a fare una storia seria piuttosto che una a metà. O qualcuno magari si domanda: e quindi? E quindi niente, volevo solo rendervi partecipi, bastardi. E chiarirmi un po' le idee pure io)
Uff.

Sì dai diciamocelo, in realtà tutta sta storia altro non è che una proposta implicita e viscida per le lettrici di questo blog. Ecco, vedi, sono partito che scrivevo per me stesso e sono finito come i più biechi utenti di comunità d’incontri che passano a lasciare commenti del tipo Ciaoooooo bellissimaaaaa, passa da mio blog, un bacioneeeee o roba del genere. Che tristezza.

In chiusura (relativamente), una canzone di de gregori. Non è mia abitudine riportarne, ma questa ha un testo veramente da paura, a parte il ritornello demente. Comunque sia, si chiama Viaggi e miraggi.

Dietro un miraggio c’è sempre un miraggio da considerare
[eh?]

come del resto alla fine di un viaggio, c’è sempre un viaggio da ricominciare

[questa invece Ora e Qui mi calza da dio]

Bella ragazza, begli occhi e bel cuore, bello sguardo da incrociare

[e che sguardo]

sarebbe bello una sera doverti riaccompagnare

[anche inventandosi un’idiozia tipo Devo proprio andare da quelle parti, pure se in realtà è a chilometri da dove devi effettivamente andare, in puro stile maragoni]

Accompagnarti per certi angoli del presente,

che fortunatamente diventeranno curve nella memoria

quando domani ci accorgeremo che non ritorna mai più niente

[allacciate le cinture…]

ma finalmente accetteremo il fatto come una vittoria

[ma che spettacolo!!]

[cfr. anche cristina donà - “la bellezza di questa giornata è che non tornerà indietro”]

[e io, dopo tanto allenarmi, ci riesco, bastardi cari e cani…e, in questo gioco di richiami continui che mi rendo conto è diventato Viva! ultimamente, non posso evitare di nominare ancora una volta la mia idea di destino o di quello che sia, che molto fa accettare per quello che è stato e per quanto possibile butta fuori a calci il rimpianto]

Perciò partiamo, partiamo, che il tempo è tutto da bere

e non guardiamo in faccia a nessuno, e nessuno ci guarderà

Beviamo tutto, sentiamo il gusto del fondo del bicchiere

e partiamo, partiamo, non vedi che siamo…partiti già

[ritornello]

Dietro un miraggio c’è sempre un miraggio da desiderare

[ehm…]

come del resto alla fine di un viaggio, c’è sempre un letto da ricordare.

Bella ragazza, ma chi l’ha detto che non si deve provare

ma chi l’ha detto che non si deve provare a provare

[e questo può riassumere un po’ tutto il post]

Così partiamo, partiamo che il tempo potrebbe impazzire

e questa pioggia da un momento all’altro potrebbe smettere di venir giù

E non avremmo più scuse allora per non voler uscire,

ma che bel sole, ma che bel giallo, ma che bel blu

[questa non l’ho capita proprio: ma vuole uscire oppure no? Quale delle due vede come preferibile e cosa rappresentano?


Ma forse volevo chiedere: Che ore sono?]

Perciò pedala pedala che il tempo potrebbe passare

e questa pioggia paradossalmente potrebbe non finire mai

e noi con questo ombrelluccio bucato, che ci potremmo inventare

[ok mi sono perso definitivamente]

ma partiamo, partiamo, non vedi che siamo…partiti ormai

[ritornello]

[del quale però va per forza citata:]

…venezia, che sogna e si bagna sui suoi canali…

[e credete a me, che passeggiare anche se per sbaglio mano nella mano con la donna che vi piace ha tutto un altro sapore – sui ponti – tra le maschere – le musiche – e i nomi da paura delle calli, delle corti e dei sottoporteghi]


Fine.

Il prossimo è il penultimo post. Quindi, lascio a voi il tema. Domandatemi quel cavolo che vi pare bastardi, proponetemi un argomento, e io scrivo. O, nell’ipotesi altamente irrealistica (risate) che a nessuno freghi niente, mi sa che vi toccherà un raccontino della vacanza a parigi prevista per la prossima settimana con gli ex-colleghi d’erasmus.

Statemi bene. O sfruttate il male. Di nuovo qui, obi-wan kenobi?

giovedì, febbraio 8

I canti del ritorno parte V - L'inizio

[e beccatevi sta cosa alternativissima - oh yeah - di chiamare l'ultima parte L'inizio, bastardi]

Eh già, bastardi. Alla facciaccia vostra, io lo so.

Ahem. E’ da un po’ che ho avuto quest’illuminazione, e nel frattempo mi sono pure reso conto che forse era una cosa ovvia, in realtà. Però che volete, per me non lo era. Tenete presente che io sono quello che verso la fine del film me ne esco con Ah ho capito tutto questo è il figlio di quest’altro e gli altri mi guardano compassionevoli e mi fanno presente che il fatto era palese da almeno mezz’ora. Ecco, ho i miei tempi, diciamo.

E dopo aver messo le mani avanti bene bene, si procede al racconto vero.

Allora, a me l’erasmus non manca. E non è solo questione di autoconvincimento, è proprio così. Addirittura, sto giudicando la decisione di non avere esteso al secondo semestre come incredibilmente saggia e illuminata. E in questo c’entra tutto quello che avete letto recentemente, tutto il bello e il buono che ho trovato e ritrovato qui in patria, unito ad una serie di considerazioni su me stesso.

Ovvero, sono tornate fuori certi angoli di me, che ai tempi d’oro erano non solo – come si suol dire – sfaccettature, ma grossi e grassi assi portanti della mia persona e personalità. Ironia, per esempio, voglia di fare, brillantezza. Più una serie di cosette nuove niente male. E’ come se mi avessero lucidato con la cera. Come se erasmo avesse preso la spugna dalla parte ruvida, si fosse tirato su le maniche della camicia e avesse preso a sputarmi addosso e a raschiare. Raschiando via pigrizia materiale e pigrizia di lavorare su se stessi, la scarsa volontà di interessarsi, di incuriosirsi, di conoscere il nuovo e di mettere qualcosa di diverso nell’usuale, di cercare una battuta per divertire, di cercare l’osservazione ironica al posto di quella normale. Ovviamente, non sono io che devo giudicare se ci riesco, ma da adesso ho senz’altro ho la voglia di farlo. E scusate se è poco, bastardi.

E poi: non ho più paura delle idee, di risolvere (in parte) il conflitto per me assai problematico tra ciò che sono e ciò che dovrei per la nostra società essere, erasmo mi ha insegnato a prenderla più alla leggera, ecco – questo vale per un sacco di cose – il prenderle non troppo sul serio. Credo in quello che dico, più di prima, in quello che penso. Alcune persone forse hanno il problema opposto: idee troppo salde e poco modificabili. Le mie forse invece lo erano troppo; adesso invece, ci credo un po’ di più.

E poi: è più facile con le donne. Tutto, intendo. Non parlo di riuscire ad andare a letto con una, e neppure di costruirsi una storia. Semplicemente, il pensiero di ciò che può venire fuori quando incontro una che mi può piacere (oppure no). E’ tutto più semplice: voglio uscirci – le scrivo; voglio baciarla – la bacio (poi sta a lei, of course). E se penso che mi piaci ma non sei la persona per me, lascio stare. E’ tutto più semplice. E’ una declinazione di quanto detto sopra: prendere le cose alla leggera.

Ecco, sono brillante, sono sveglio.

La rinascita attesa (tanto attesa) e di cui si parlava tempo fa non è riuscita ad arrivare per volontà, è dovuto succedere qualcosa dall’esterno. Un erasmus, per esempio. E vabbè, sticazzi.

Che io (e qui finalmente il cuore della questione) pensavo che l’erasmus avesse un fine in sé, che servisse a scoprire delle cose, ma cose fuori da me, mi potevo aspettare che mi facesse capire che non voglio passare la mia vita in italia, o come essere più indipendente dentro e fuori, o altre cose che includessero comunque un concetto di cambiamento e di evoluzione, con una traiettoria se non netta almeno specificata, una crescita da qualche parte.

E invece.

E invece l’erasmus è stato uno strano passo di danza, contemporaneamente in avanti e all’indietro.

Indietro: tornare a “un certo me” che avevo quasi dimenticato e che non ero neanche così interessato a riscoprire, convinto di avere ormai preso altre vie, e convinto che il cambiamento che attraverso ogni anno e ogni giorno mi avrebbe portato da qualche parte diversa qualitativamente da ciò che ero. E invece l’ho riscoperto, e cazzo se mi piace.

Avanti: rispolverarlo, metti la cera, togli la cera, raschia a sangue e lascialo venire a galla.

Padova è il posto che fa per me, adesso. I miei luoghi, le piazze e le strade, i bar e l’università, il prato e le case degli amici. La mia acqua, lo spritz. I miei amici, questi. Ripartirò, non c’è dubbio, ma ora questo è il mio ora, e adesso questo è il mio adesso.

E il significato è svelato:

sono partito

per tornare.

E restare, cambiato come sono.

E quel bastardo di erasmo ha fatto tutto di nascosto, confondendomi le tracce e costringendomi per sua stessa natura a viverlo alla giornata, senza idea del perché – come dicevano tutti – avrebbe dovuto cambiarmi la vita. Quindi all’inizio torno in patria con la sensazione dell’esperienza stupenda ma anche, fondamentalmente, fine a se stessa, dalla quale trarre insegnamenti soprattutto pratici e comunque a livello cosciente, cose da applicare razionalmente. E invece, quel bastardo ha fatto tutto da solo: zitto zitto, mi ha cambiato senza che me ne accorgessi. E adesso me la scialo in questo - quanto mi piace dirlo - nuovo inizio.

Gli diciamo grazie, a erasmo?

Ma sì, bastardi.

Grazie, erà.

sabato, febbraio 3

I canti del ritorno parte IV - Delirio # 4

[sarà un po' delirante, temo - è stato scritto quella sera stessa. Se avete notato, bastardi, nel titolo ci sono due 4. Dai, stavolta concedo che sia una coincidenza. Ah, è la penultima puntata dei canti del ritorno, giuro. (a proposito, SENZA GOOGLE, chi sa da dove viene il titolo? Primo premio un soggiorno a padova - o a terni, se proprio volete). E dopo questa puntata, tutti pronti per il gran finale]

…che questa contentezza diventa irresistibile, intrattenibile, e vorresti avere un modo per esprimerla, chissà se esiste, tipo urlare o piangere o ridere pregare o ringraziare qualcuno o qualcosa, magari combinate, tipo o pregare urlando o ringraziare piangendo e ridendo, e io che sono qui e non ho mai saputo pregare, che non riesco ad urlare e mi domando fondamentalmente chi è che dovrei ringraziare non riesco a fare di meglio che sentire sta potenza dentro di me che pulsa e si trasforma in qualcosa tipo energia cinetica, per forza, insomma lo dovrà pure trovare un modo per venire fuori, energia che ti porta a fare un giro larghissimo e inutile con la bici prima di rientrare a casa per il puro gusto di farlo, di cantare – questo sì – a gola spalancata una canzone qualsiasi, di sentire la effe e elle i ci i ti à che ti scorre in vene e arterie e pompa nel cuore. Fanculo.

E’ troppa, cavolo, tanta da avere l’urgenza di farci qualcosa – chi sa se mi faccio capire, qui – tanta da sentirsi smarrito, da mettersi a pensare a un qualcosa qualsiasi di negativo, a un problema pratico, e se non ce l’ho inventarmelo, di tornare con i piedi per terra - sarà paura dei sentimenti, sarà disabitudine a una contentezza così sfacciata, che mi fa (come posso dire?) preoccupare.
Oh, intendiamoci, non sarà tutto merito di sta serata, probabilmente ci staranno un sacco di altri fattori, ma chi se ne frega. Quello che sento now and here è questa urgenza di fare qualcosa con questa felicità, e la consapevolezza che mi servirebbero modi credo non propri di questo mondo.

Tipo dirlo a tutti – a tutti.

O tipo volare.

O tipo morire di felicità.


[torniamo al presente]

Ecco, questo è quello che mi sta regalando la vita quotidiana, recentemente. E anche io, mi sento cambiato dentro. Ed è stato così, che dopo una conversazione quasi casuale, bastardi, che io








ho scoperto il significato del mio erasmus.



venerdì, febbraio 2

I canti del ritorno parte III - Magari nelle favole

(l'ho riletto adesso: sarà irritantemente sdolcinato, ma mi sento irritantemente felice, in questo momento - e non riesco a fare a meno di dirlo a tutti voi bastardi cari e cani)




























…è stata No.

(stavolta l’emozione c’era, eh, bastardi?)

Niente da fare, sfuma l’opportunità più promettente. Che presa male – irritazione per dover ricominciare la ricerca ancora una volta – e nel frattempo trasloco da mauro.

Ma! Nel giorno stesso in cui mi arriva il Mi dispiace ma no dalla casa alla stanga – la sera stessa – mi arriva un messaggio: è dalla casa delle palme. E dice: Ciao ci sei piaciuto molto sei uno dei possibili candidati. Sei ancora alla ricerca di casa? E il mio sguardo s’illuminò. E mi dissi: il destino ha fatto la sua mossa, tocca a me fare la mia. E scrissi un messaggio pieno di cazzate tipo Sì sono ancora alla ricerca, prendetemi, sono un buon affare, non litigo con nessuno, so cucinare e a richiesta suono la chitarra. Di quelle cose che ci vuole un po’ di coraggio (o stupidità? non mi ricordo mai) a farle ma poi pensi Ma chi se ne frega e le fai. Chi sa se ha significato qualcosa sulla decisione finale che vi dico fra un po’?

Nella seconda botta di culo, in quanto tale, pure in questa c’entra il nostro vecchio amico destino. In quanto io, quel provino, non l’ho cercato per niente – nel senso, non mi sono impegnato nella ricerca, ovvio che mi sarebbe piaciuto se me l’avessero proposto – ma piuttosto mi è sfacciatamente capitato.

Mentre giravo con lo sguardo iniettato di sangue cercando annunci di stanze pure dentro i cessi pubblici, trovo questo Cercasi attore o attrice, richiesta esperienza, provini il 23 gennaio. Telefono e chiedo cosa intendano per esperienza, che tipo di testo debba preparare per il provino eccetera.

Succede però che già il giorno – mettiamo – 15, riceva una telefonata da parte di questo tizio che mi dice Abbiamo bisogno di una persona subito, se ti va lunedì vieni e ti proviniamo. Però sarà una cosa poco carina perché sarai solo tu quindi ti diremo sul momento se ci vai bene oppure no. E io penso “e sarebbe una cosa poco carina?”. Mi preparo sull’unico testo che conosco a memoria – che per la cronaca è di shakespeare, ma ho tenuto a sottolineare al tizio-regista che questo non vuole assolutamente dire che io abbia qualche tipo di cultura teatrale – e vado.

[vanity mode: on] sono fiero di me, cazzarola. Ho tirato fuori tutto quello che potevo dare, non tanto nella mia Musa di fuoco (credo fatta bene, ma non spettacolare), quanto nel testo che mi hanno dato loro e che ho dovuto preparare in cinque minuti. Basandomi sul vago accenno telefonico al fatto che il tizio che andavo a sostituire era un pazzo furioso 8artisticamente parlando, intendo uno di quelli che ti sanno sempre tirare fuori qualcosa di nuovo e geniale, o almeno così ho capito – mi son detto: fa’ la roba più schizzata che ti viene in mente. E (il testo era considerato comico) ho messo su sto personaggio con una voce strana e con duecento tic vocali e gestuali (e qui c’entra pure il laboratorio con mr. cortesi dell’anno scorso). La dizione sarà stato il solito casino (da sempre, parlo troppo in fretta), ma pare abbiano apprezzato. [vanity mode: off]. Mentre passeggiavo di fuori, in attesa del verdetto, già lo sapevo che mi avrebbero preso. E così sia: la sera stessa mi fanno vedere le favole che sono già pronte (e cazzo se sono bravi), e si inizia a lavorare su Biancaneve. Ed è così che entro in questa compagnia di attori, ma soprattutto di gente – con cui magari la confidenza non è immediata, ma sto erasmus sarà servito a qualcosa, no? (a questo è nelle prossime puntate - non la prossima, quella dopo).

Ah già, quasi dimenticavo (ci credete, bastardi?): nel frattempo mi arriva il messaggio di ilaria Delle Palme:

sei dei nostri

– e una faccina che ride.

Irrealtà – felicità (che invece è la puntata prossima) - robe - tanto per rimanere in tema - che succedono magari nelle favole: e non nell'innervosente significato televisivo, ma proprio strutturalmente: nelle favole tutto va liscio, e anche quello che va storto sai che servirà a mandare liscio qualcos'altro. Ma qui non c'è neanche quello: tutto è oliato, tutto gira bene. Sono Campione del Mondo di Culo – esiste?
(ah, ovviamente mi aspetto qualcosa di terribile nei prossimi giorni - bisognerà pur compensare, no?).

E così capita che una sera ti ritrovi in un pub con questa gente appena conosciuta, e quando ne esci sei troppo felice. Ma non troppo inteso come slang giovanile: inteso proprio come t.r.o.p.p.o., è una sensazione forse bellissima, e di sicuro difficile da spiegare (e qui può aiutare il film santa maradona, che da poco ho visto), ma talmente forte – talmente forte! – che…

(continua)

mercoledì, gennaio 31

I canti del ritorno parte II - E dove?

…a padova. Ci ho provato a mettere suspance, ma insomma, che altro vi aspettavate, bastardi?

E qui, ho cominciato a rincontrare personaggi vari ed eventuali, e a scoprire come certe cose non siano cambiate, e come altre invece sì. Persone che, come scrivevo, rivedo ed è come non avere mai lasciato (ops mi è scappato il luogo comune) e persone con cui sento che qualcosa cambiato lo è. Le prime sono in maggioranza numerica, ma, come voi bastardi sapete, il cambiamento a me mi stimola sempre e comunque – tanto per fare un esempio, non abitare più insieme a johnny dopo tre anni porterà a delle novità, no?
Entrando in cronaca, dopo una settimana passata a scrocco da lady g mi sono insediato con un po’ più di stabilità (ovvero pagando un pezzo d’affitto) a casa di mauro fino alla fine del mese (trovandomi peraltro straordinariamente bene). E nel frattempo:

mi sono fatto un mazzo tanto per trovare uno straccio di stanza, partendo con l’ambizione di una singola e finendo per visitare – il mercato degli affitti qui a febbraio fa schifo – tutto quello che mi passava sotto gli occhi su internet o sulle bacheche per gli annunci di tutta padova, compresa più di una doppia da dividere con una ragazza, una tripla, una stanza senza finestre, una singola in casa con una vecchia signora. E alla fine (la sentite questa puzza? eh sì: è puzza di destino) ero in attesa di notizie da:

  • la casa dei miei sogni in via trieste, un posto in doppia in un appartamento da OTTO, in una casa che ho scoperto essere leggendaria per le feste che vi si svolgevano (vi giuro, tra la gente che conosco la conosce una persona su due);
  • un posto in doppia in un appartamento sotto prato della valle, con dei coinquilini che - come si suol dire - a pelle, mi erano piaciuti un sacco;
  • un posto in doppia (con una ragazza) sull’incrocio della stanga, anche lì un bell’appartamento e gente che sembrava simpatica, ma col problema che sta tizia doveva parlare della cosa (cioè, di dividere la stanza con un maschio – e che maschio ehm…) con il suo moroso.


Ora: la Casa delle Palme (quella di via trieste) era stata la prima in assoluto che avevo visitato, e nonostante me ne fossi innamorato subito avevo lasciato il numero senza troppa convinzione, pensando che l’avrebbero vista duecento persone ed era difficile che scegliessero proprio me. Due settimane dopo, infatti, ancora nessuna notizia. Inoltre, le altre due opzioni avevano il grande vantaggio di essere disponibili da subito (così evitavo di andare da mauro e mi sistemavo definitivamente).
Allora, tralasciamo l’appartamento di via trieste, tralasciamo quello di prato della valle che nel frattempo mi aveva dato buca, e concentriamoci su quello della stanga. Ecco, in quei giorni di vago nervosismo (dopo una settimana di ricerche, uno si comincia pure a stufare), mi è capitato di immaginare il dialogo che la mia eventuale coinquilina avrebbe avuto con suo moroso, il momento esatto in cui lei va a casa sua e gli dice Ti vorrei chiedere una cosa e lui si mette ad ascoltarla, un momento in cui è racchiuso destino in percentuale così elevata da risultare troppo affascinante e da volerselo se fosse possibile guardare in televisione – pensare che da quel preciso dialogo (è qui che il destino è più riconoscibile, e anche proprio bello da vedere: quando si riconduce ad un singolo e piccolo evento, e più piccolo è meglio è) sarebbero dipesi i futuri giorni miei, e in maniera indiretta ma comunque significativa quelli della gente che mi sta vicino: di mauro che non mi avrebbe ospitato, degli amici a cui sarei andato a vivere più vicino o più lontano (succede spesso, che le amicizie funzionino meglio se si vive vicini), dei miei genitori che potevano smettere o continuare a preoccuparsi (zeugma), e così via. Tutto questo (non è così tanto, voi dite? E vabbè, ma è bello lo stesso) racchiuso nelle parole di due morosi in una stanza precisa in un preciso angolo di nordest italiano.
E la risposta di questo moroso è stata…


(continua)

lunedì, gennaio 1

Come uma thurman in kill bill

Oooooh.
Bastardi cari, sono di buonumore oggi.
Del capodanno bisognerebbe parlarne.
Ma anche no.
Però dopo mesi di uguali-uguali città olandesi trovarsi negli ultimi due giorni dell'anno a spello - perchè l'umbria è così bella, e terni fa schifo? - e a roma di notte è un buon modo per fare pace con la patria con la quale ultimamente, e credo comprensibilmente, mi viene da litigare. Quindi ok.
Mi sento un po' uma thurman in kill bill, con in mano la lista su cui tirare righe mano a mano che rivedo le persone (ma con intenzioni un po' meno aggressive, direi). Tra l'altro, questa ipotetica lista mi si è stampata molto chiara in testa appena sono rientrato alla base (e ho fortunosamente ritrovato la sim italiana del telefonino), quando ho capito nettamente chi erano le persone che avevo voglia di sentire, per farsi gli auguri e aggiornarsi sulle rispettive vite, e chi potevo anche fare a meno di.
Le giornate stanno passando intense, in ogni modo - raramente a letto prima delle 4, un concerto jazz, una partita a basket con tanto di vecchio custode che minaccia di chiamare la polizia perché eravamo entrati scavalcando, gite sociali, persino un drinking game. Aspetto con trepidazione tranquilla di tornare anche a padova, per scoprire come sono cambiate le cose, le persone, i rapporti e per vedere se lo spritz mi piace ancora.

(Un consiglio se permettete (e se no? che fate? mi menate? ahia ahia ok la pianto, ahia! dai però me lo fate dare un consiglio piccolo piccolo? eddai, non è neanche mio, è di baricco...ok grazie)
Allora, quando si lascia un posto in cui si vuole per qualche motivo ritornare, è utile lasciarsi dietro qualcosa, tipo una valigia, una sciarpa, un caricabatterie, per avere una scusa per ritornarci. Certe volte è così forte il desiderio di ritornare, ma così difficile, senza un pretesto)

E adesso, per finire questo post-collage, raccolgo un gioco da blogger che gira in rete, che ho trovato da diverse parti ma in particolare da vipera venerea (c'è un link sulla colonna a destra, sì lì, no un po' più in basso, ancora un po', ma sei orbo? ahia ahia sì eccolo è quello lasciami il braccio e leggiti il blog di vipera venerea che è tanto carino, ahia che dolore).
Comunque: cinque cose che non sapete (e non vedo perché dovreste sapere) di me. Siccome "cinque cose" mi sembra un po' vago, mi restringo a "cinque cose strane che mi piacciono".

1. cantare a voce alta mentre vado in bici (con il lettore mp3, ma anche senza)
2. giocare a campo minato per ore e ore (ma sto guarendo: ho iniziato a leggere blog casuali per ore e ore)
3. aggiungere la panna al sugo e girare per vedere il colore che si mischia
4. contare gli spiccioli nei salvadanai (ne avete uno da inventariare? sono l'uomo che fa per voi)
5. l'odore della vernice, e in certi casi l'odore di merda (ha un significato psicologico, temo)

(ce ne sarebbero milioni e milioni di altre, ma per stavolta può bastare, direi)


Ah: sto cercando di inventarmi un calendario personale che parta da un qualche evento più significativo della nascita di cristo. Vi terrò aggiornati, per adesso vi beccate semplici auguri di buon 2007, che il giro di calendario sia uno stimolo a fare le cose che avreste sempre voluto ma non avete mai fatto per mancanza di tempo o pigrizia.
Bacini.